L'irrequietezza, il dubbio, la sonnolenza e la frustrazione che ogni meditante incontra, e perché non sono segni di fallimento ma il lavoro stesso.
Quasi tutti quelli che si dedicano seriamente alla meditazione, prima o poi, sbattono contro un muro. L'entusiasmo dei primi tempi svanisce, le sedute cominciano a sembrare un dovere noioso e una voce sommessa, dall'aria ragionevole, inizia a suggerirti che questa cosa semplicemente non fa per te e che tanto vale smettere di perdere tempo. Non è il segno che qualcosa sia andato storto nella tua pratica. È, anzi, il segno di aver finalmente raggiunto la pratica vera e propria. Le grandi tradizioni contemplative hanno descritto queste difficoltà in modo dettagliato già molti secoli fa, chiamandole impedimenti, proprio perché sono del tutto universali e assolutamente prevedibili. Conoscerle per nome, e sapere che ogni meditante mai esistito le ha incontrate, toglie loro una quantità sorprendente di potere.
La difficoltà di gran lunga più comune è un corpo, e una mente, che proprio non vogliono calmarsi. Ti siedi e vorresti subito rialzarti, controllare il telefono, fare letteralmente qualsiasi altra cosa. L'irrequietezza sembra la prova inconfutabile che sei tu a non essere capace di meditare. È molto più utile vederla per ciò che è: la normale turbolenza di un sistema nervoso che non è abituato alla quiete e non se ne fida ancora. L'indicazione, qui, va decisamente contro l'intuito: non combattere l'irrequietezza, ma non scappare nemmeno. Rivolgiti piuttosto verso di essa e fai dell'irrequietezza stessa l'oggetto della tua attenzione. Dove la senti, esattamente, nel corpo? Qual è la sua consistenza reale, la sua temperatura, il suo movimento? Accolta con paziente curiosità anziché con resistenza o panico, l'irrequietezza quasi sempre allenta la presa. Il forte impulso a fuggire, quando viene semplicemente osservato invece che seguito in automatico, diventa solo un'altra cosa interessante che passa.
Il dubbio è il killer silenzioso, l'impedimento che mette fine a più pratiche di tutti gli altri messi insieme. Ti sussurra, con molta ragionevolezza, che è tutto inutile, che è evidente che stai sbagliando, che non sta succedendo assolutamente nulla e che non succederà mai niente. La vera trappola è che il dubbio si traveste abilmente da valutazione onesta ed equilibrata, anziché mostrarsi per lo stato mentale che è davvero. Il rimedio non è discutere con il dubbio, perché così lo si alimenta soltanto, ma semplicemente riconoscerlo con chiarezza come un altro evento mentale, un pensiero passeggero sulla pratica e non un verdetto definitivo. Alcune delle sedute più preziose che farai in assoluto saranno proprio quelle che, mentre le vivevi, ti sono sembrate il nulla più totale. I progressi nella meditazione sono notoriamente difficili da percepire dall'interno: tendono a manifestarsi prima nella vita di tutti i giorni, in una pazienza un po' più lunga e in un cuore un po' più saldo, molto prima di farsi notare sul cuscino.
L'esatto contrario dell'irrequietezza è la nebbia pesante: quello stato ottuso, assonnato, di dormiveglia, in cui l'attenzione si fa molle e grigia e la meditazione si dissolve in una specie di pisolino da seduti. A volte si tratta di semplice, onesta stanchezza, e la risposta davvero giusta è dormire di più invece di meditare in uno stato di sfinimento. Altrettanto spesso, però, il torpore è il modo silenzioso con cui la mente si sottrae a qualcosa che preferirebbe non sentire o non affrontare. Raddrizzare e rendere più vigile la postura, aprire leggermente gli occhi per far entrare la luce, fare qualche respiro più profondo e consapevole, o perfino alzarti in piedi: tutto questo può aiutare a dissiparlo. Il torpore non è riposo; è una forma di assenza, un modo di staccare la spina. Ciò verso cui stai lavorando è essere profondamente rilassati e, nello stesso identico momento, ben svegli.
Dopo un inizio davvero promettente e incoraggiante, Nadia ha attraversato un lungo periodo di settimane in cui ogni singola seduta le sembrava piatta, arida e del tutto inutile. Si era convinta di aver perso, chissà come, quella cosa fragile che per un attimo aveva posseduto, ed è arrivata molto vicina a mollare tutto. Invece, su consiglio discreto della sua insegnante, ha semplicemente continuato a presentarsi, giorno dopo giorno, senza aspettarsi nulla in cambio, trattando proprio quella piattezza come ciò con cui era lì per esercitarsi. Alla fine il periodo di aridità è passato, come succede sempre. Ripensandoci a distanza di anni, ha capito che quella fase così poco gratificante era stata il periodo più importante di tutta la sua pratica: il momento preciso in cui la meditazione aveva smesso di essere un piacevole passatempo che la ripagava con belle sensazioni ed era diventata, in silenzio, una pratica autentica e duratura, da portare avanti che quel giorno desse qualche frutto oppure no.
Ogni ostacolo che incontri nella meditazione è una versione più piccola e circoscritta di un ostacolo che incontri nella vita in generale. Irrequietezza, dubbio, torpore e frustrazione allo stato puro non sono sfortunate interruzioni della vera pratica: sono proprio il programma di studio per cui sei qui. Imparare a stare con loro sul cuscino, con gentilezza e fermezza, è esattamente il modo in cui impari, poco a poco, a stare con loro ovunque: nel traffico, nel lutto, nelle conversazioni difficili, nei lunghi tratti noiosi di una vita ordinaria. L'obiettivo non è mai stato raggiungere una meditazione perfetta, fluida e priva di ostacoli, che non esiste per nessuno. L'obiettivo è accogliere qualunque cosa emerga con un po' più di stabilità e un po' meno panico di prima, ed è qualcosa che, per sua stessa natura, si può imparare solo quando le cose si fanno difficili.
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