Perché il bisogno di significato è uno dei più profondi dell'essere umano, che cosa rivelano la scienza e la filosofia dello scopo, e come il significato si trovi anziché essere semplicemente dato.
Un essere umano può sopportare difficoltà quasi inimmaginabili se crede che la propria sofferenza e la propria vita abbiano un senso, e può essere distrutto da una relativa agiatezza se sente che la sua esistenza è inutile. È uno dei fatti più profondi e strani della nostra specie. Non viviamo soltanto di cibo e di sicurezza: abbiamo fame, in modo altrettanto essenziale, della sensazione che la nostra vita conti, che sia intessuta in una storia o in uno scopo più grandi. La ricerca di significato non è un lusso per chi ha inclinazioni filosofiche. È un bisogno umano fondamentale, e il modo in cui vi rispondiamo plasma ogni cosa, dalla motivazione di ogni giorno alla capacità di sopravvivere al peggio che la vita possa riservarci.
La testimonianza più potente di tutto questo arriva da uno dei luoghi più oscuri della storia umana. Lo psichiatra Viktor Frankl sopravvisse ai campi di concentramento nazisti e ne uscì per scrivere un libro, Uno psicologo nei lager, che ha aiutato milioni di persone. La sua osservazione centrale, maturata in mezzo a un orrore quasi totale, fu che i prigionieri con maggiori probabilità di sopravvivere non erano necessariamente i più forti fisicamente, ma quelli che si aggrappavano a una ragione per vivere: una persona amata da cui tornare, un'opera rimasta incompiuta, un significato che le guardie non potevano strappare loro. Da qui Frankl costruì un'intera scuola di terapia, fondata sull'idea che la spinta primaria dell'essere umano non sia il piacere, come alcuni avevano sostenuto, né il potere, ma la volontà di significato. «Chi ha un perché per vivere», scrisse citando Nietzsche, «può sopportare quasi ogni come».
Ecco l'intuizione cruciale, e liberatoria: il significato non è qualcosa che ti viene consegnato, né un'unica, grande risposta che scopri una volta e conservi per sempre. È qualcosa che crei e trovi attivamente, ancora e ancora, vivendo la tua vita. Frankl suggeriva che troviamo significato in tre modi principali: creando qualcosa o svolgendo un lavoro che ha senso; amando gli altri e legandoci profondamente a loro; e, cosa più impegnativa, attraverso l'atteggiamento che scegliamo di assumere di fronte a una sofferenza inevitabile. Quest'ultima via è la più radicale. Anche quando non possiamo cambiare le circostanze, conserviamo l'ultima libertà umana, quella di scegliere come rispondere, e in quella scelta il significato può essere strappato persino al dolore. Molte persone riferiscono che un forte senso dello scopo le aiuta a sentirsi più resilienti, e che il senso di significato può essere una fonte di appagamento più stabile della semplice ricerca della felicità.
C'è un paradosso importante che vale la pena nominare. Il significato e lo scopo tendono ad arrivare con più sicurezza non quando li inseguiamo direttamente per noi stessi, ma quando ci dimentichiamo di noi al servizio di qualcosa o di qualcuno al di là di noi. Chi si chiede all'infinito «che cosa mi renderà felice e realizzato?» spesso scopre che la risposta si allontana quanto più cerca di afferrarla. Chi invece è assorto nel prendersi cura degli altri, nel padroneggiare un mestiere, nel contribuire a qualcosa di più grande di sé, un giorno alza lo sguardo e si accorge che il significato ha riempito silenziosamente la stanza mentre era impegnato altrove. Lo scopo è spesso un sottoprodotto della dedizione, non un premio conquistato concentrandosi su se stessi.
Dopo essere andato in pensione, Janos cadde in una depressione profonda e indefinita che lasciava perplessa la sua famiglia. Stava bene economicamente, era libero da obblighi e, sulla carta, avrebbe dovuto essere sereno. Ciò che aveva perso, senza rendersene conto, non era il reddito ma lo scopo: la sensazione quotidiana di essere necessario, che le sue azioni contassero per qualcuno. Il suo umore pesante cominciò a cambiare quando iniziò a fare volontariato in un centro della sua zona, insegnando il suo vecchio mestiere a giovani apprendisti. Il lavoro non era pagato e gli chiedeva moltissimo. Ma gli restituì l'unica cosa che l'agiatezza non avrebbe mai potuto dargli: la sensazione, vissuta in prima persona, che la sua presenza nel mondo facesse la differenza. Non aveva bisogno di più riposo. Aveva bisogno di contare.
Non ti serve un unico, drammatico Scopo con la S maiuscola per vivere una vita piena di significato, e la pressione di trovarne uno può diventare a sua volta una trappola. Il significato si costruisce perlopiù in silenzio, con materiali ordinari: le relazioni che coltivi con cura, il lavoro che svolgi bene e con onestà, le cause che servi, la bellezza che crei, la sofferenza che trasformi in compassione. Non porti la domanda grandiosa «qual è il senso della vita?», ma quella pratica, a cui si può rispondere: «che cosa dà significato alla mia vita, qui e ora?». Segui le risposte sincere, le persone, il lavoro e i valori che ti toccano davvero, e scoprirai che il senso dello scopo non è un tesoro sepolto chissà dove, ma qualcosa che metti insieme, un giorno ordinario dopo l'altro, donandoti a ciò che ami.
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