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Il misticismo nelle religioni: il terreno comune nascosto

Il cuore mistico presente in ogni grande fede, dal sufismo alla Qabbalah alla contemplazione cristiana, e la sorprendente unità di ciò che i mistici raccontano.

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In superficie le grandi religioni del mondo sono profondamente diverse tra loro: nelle dottrine, nei riti, nelle storie sacre e, purtroppo, nelle guerre combattute nel corso dei secoli nei loro rispettivi nomi. Ma se scendi con pazienza sotto la superficie di ciascuna, fino alle esperienze vissute dei suoi contemplativi più profondi, i mistici, comincia ad affiorare qualcosa di davvero straordinario. Più e più volte, in fedi che storicamente non si sono mai incontrate e in lingue che resistono a qualsiasi traduzione facile, i mistici raccontano qualcosa di sorprendentemente, quasi inquietantemente simile: un'esperienza diretta, travolgente, capace di cambiare la vita, di unità con il divino, o con la realtà intera, in cui il sé ordinario, separato e ansioso semplicemente si quieta e si dissolve. Questo terreno comune, nascosto sotto il frastuono della superficie, è uno dei fatti più affascinanti di tutto lo studio della spiritualità umana.

Il mistico in ogni tradizione

Nell'Islam la profonda corrente mistica è il sufismo, i cui grandi poeti, primo fra tutti Rumi, cantano senza fine l'anima umana come un'amante struggente che desidera dissolversi completamente nell'Amato divino, e i cui praticanti usano la musica, la poesia estatica e la celebre, vertiginosa danza rotante per allentare con dolcezza la stretta dell'ego e aprire pienamente il cuore a Dio. Nell'ebraismo la tradizione mistica della Qabbalah descrive in modo minuzioso la struttura nascosta della realtà e la lunga ascesa dell'anima verso la sua sorgente divina. Nel cristianesimo una profonda e ininterrotta linea contemplativa va dai primi eremiti del deserto fino a figure imponenti come Meister Eckhart, Teresa d'Avila e l'anonimo autore medievale della Nube della non conoscenza, e ognuno di loro descrive un'unione con Dio senza parole e senza immagini, che si trova completamente al di là di ogni concetto e di ogni rappresentazione. L'induismo parla apertamente della profonda realizzazione che l'Atman, il vero sé più intimo, è in ultima analisi una cosa sola con il Brahman, l'unica realtà ultima. Il buddhismo indica con costanza la dissoluzione dell'illusione stessa di un sé separato. I vocabolari di queste tradizioni sono del tutto, inconciliabilmente diversi. Eppure il territorio interiore che ciascuna descrive con tanta cura è stranamente, quasi incredibilmente vicino.

Che cosa hanno in comune i mistici

Se togli con attenzione i diversi nomi che ogni tradizione dà all'ultimo (Dio, Brahman, l'Uno, il Vuoto, la vacuità, il Fondamento dell'Essere), comincia a emergere con notevole chiarezza un unico racconto comune. I mistici di tutte queste tradizioni descrivono costantemente uno stato in cui il confine ordinario del sé individuale diventa sottile, poroso e alla fine scompare del tutto; un senso di unità profonda e totale in cui ogni cosa è percepita direttamente come intimamente connessa, o perfino, in ultima analisi, una; un'esperienza inondata di amore, pace e significato travolgenti; e una forma di conoscenza che appare in qualche modo più reale, più solida e più certa della normale percezione quotidiana, ma che non si lascia mai catturare né trasmettere pienamente a parole. Questo schema che ritorna con tanta insistenza ha portato molti pensatori seri verso un'intuizione profonda, spesso chiamata filosofia perenne: l'idea che sotto le molte religioni del mondo, in conflitto e in competizione tra loro, possa celarsi silenziosamente un'unica esperienza umana del sacro, avvicinata e descritta percorrendo molte strade diverse.

Un esempio

Sarah era cresciuta in una famiglia religiosa rigida e piuttosto chiusa, e da giovane adulta se n'era andata per sempre, ormai certissima che ogni fede non fosse altro che divisione, dogma e conflitto tribale. Anni dopo, quasi per caso, mentre studiava religioni comparate per ragioni puramente accademiche, si ritrovò a leggere i poeti estatici sufi accanto ai mistici cristiani del silenzio e agli antichi saggi indù, e rimase sinceramente sbalordita da ciò che scoprì. Proprio le persone che stavano nel cuore contemplativo più profondo di ciascuna tradizione, quelle che aveva sempre dato per scontato fossero le più aspramente contrapposte tra loro, sembravano invece descrivere lo stesso paese luminoso e senza parole, semplicemente in lingue madri diverse. La scoperta non la riportò a nessuna religione o credo in particolare. Fece qualcosa di ben più interessante e più umile: dissolse in silenzio il suo vecchio disprezzo e lo sostituì con una curiosità sincera e aperta verso la strana esperienza condivisa che tutti questi viaggiatori così diversi sembravano aver in qualche modo sfiorato.

Perché è importante

Non devi certo saltare alla conclusione che tutte le religioni, in fondo, siano segretamente e semplicemente identiche: le loro differenze sono del tutto reali, conquistate a fatica, e meritano di essere rispettate anziché cancellate con leggerezza. Eppure la sorprendente convergenza dei mistici offre qualcosa di davvero prezioso a chiunque percorra un proprio cammino spirituale. Suggerisce con forza che le esperienze spirituali più profonde siano una possibilità umana condivisa e universale, e non la proprietà privata e recintata di una singola fede o di un popolo eletto. Invita con discrezione a una vera umiltà riguardo alla pretesa della nostra tradizione di essere l'unica strada valida per salire la montagna. E indica, con grande delicatezza, la possibilità concreta che l'unità profonda descritta da tutti i mistici non sia, in definitiva, una dottrina su cui discutere e da difendere, ma un'esperienza viva a cui avvicinarsi con pazienza, lungo quell'unico sentiero che si rivelerà autenticamente e inconfondibilmente il tuo.

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